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Come si gestisce una sessione di educazione non formale?

Nel nostro articolo precedente abbiamo parlato di quelle che sono le differenze fra i tre tipi di educazione che conosciamo, ovvero: formale, informale e non formale.

Abbiamo visto che l’educazione non formale è quella che la Commissione Europea promuove di più, in quanto, all’interno di un clima confidenziale e sereno, favorisce la crescita e lo scambio fra persone provenienti da paesi differenti. Abbiamo dunque compreso che, nella stesura di un progetto, se si desidera inserire una o più attività formative, è consigliabile che esse siano svolte nella modalità dell’educazione non formale.

Compreso ciò, sappiamo davvero come si svolge una sessione di educazione non formale? Oggi prenderemo in considerazione alcune delle principali tecniche e metodologie che possiamo applicare all’interno di una sessione di questo tipo.

Prima ancora che prenda avvio la sessione di educazione non formale, il facilitatore – che come sappiamo non è un docente – tendenzialmente può avviare quello che viene chiamato un ice breaker, ovvero un gioco fatto per rompere il ghiaccio. Se i partecipanti non si conoscono infatti, per sciogliere la loro curiosità ed incentivare la loro motivazione, può essere utile giocare un po’, soprattutto nel momento in cui ci si deve presentare.

Dopo questa iniziale fase, di solito, tutti i partecipanti, compreso il facilitatore si dispongono in cerchio per parlare ed ascoltare, in una modalità che chiameremo plenaria. Quest’ultima è una modalità che può essere tenuta a lungo all’interno di una stessa sessione, poiché può consentire una conversazione fluente, consente a tutti di guardarsi negli occhi ed avere un contatto diretto, favorendo in questo modo la comunicazione. Spesso questo assetto base, può essere interrotto da altre attività.

Una di queste è il lavoro di gruppo. Durante i lavori di gruppo i partecipanti avranno la possibilità di disporsi nell’aula come meglio credono, raggruppandosi in base a come sono stati suddivisi, spesso utilizzando dei metodi giocosi e divertenti. Il lavoro di gruppo consente ancor di più uno scambio diretto fra i partecipanti, che potranno condividere le proprie idee in merito ad un determinato lavoro che dovranno svolgere. In questo caso anche le persone più timide, che magari durante la plenaria non riuscivano ancora ad esporsi e dire la propria idea, in questo modo possono cominciare ad affermare un pensiero e condividerlo, dando vita con i propri compagni, a qualcosa di nuovo.

Tra un’attività ed un’altra, per alleggerire la situazione, soprattutto se sono passate delle ore dall’inizio della sessione, sono spesso previsti dei giochi, semplici e stimolanti, che vanno in qualche modo a risvegliare l’attenzione dei partecipanti, facendoli divertire e spesso anche facendoli muovere proprio fisicamente, se erano stati per molto tempo seduti. Queste attività vengono chiamate energizer.

Spesso poi, alla fine di ogni sessione, si possono far fare ai partecipanti delle riflessioni sulla giornata. Quest’ultima attività ha due principali finalità. La prima è quella di aiutare i partecipanti a rimettere in ordine le idee, far fare loro un quadro della situazione e farli interrogare in merito a ciò che per loro è chiaro e appreso e ciò che invece credono di dover approfondire. La seconda è più pratica ed organizzativa, poiché consente ai facilitatori di comprendere quale sia l’andamento del lavoro, aiutando anche a monitorare il programma in maniera diretta, in base alle esperienze dei singoli.

Queste sono alcune delle principali attività che durante i training di un progetto europeo vengono svolte nelle sessioni di educazione non formale, ma possono chiaramente esserci delle aggiunte e delle diversificazioni, non c’è mai una regola fissa, se non quella di giungere alla fine ad una comprensione e ad una crescita che sia personale e collettiva.